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Il museo "Augusto Murer"
Via Scola, 13 I - 32020 Falcade BL Tel. +39 0437 599059
info@museomurer.it
www.museomurer.it
A soli a 100 metri dalla partenza impianti di Molino, si può ammirare il museo atelier dell'artista falcadino Augusto Murer.
L'artista Augusto Murer nacque a Falcade nel 1922 , e suoi lavori sono esposti nei migliori museo del mondo: in Europa, Stati Uniti, Giappone; i suoi bronzi sono esposti nelle piazze di molte città italiane.
I suoi personaggi, prodotti in legno e bronzo, sono presenti all'interno e all'esterno del suo studio, ben visibile grazie ai colori rossi delle pareti esterne. |
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Il museo Augusto Murer a Falcade é già di per se un'opera da ammirare e visitare. Progettato e realizzato nel 1972 dall'architetto G. Davanzo, è diventato un luogo d'incontri di autori importanti. Negli anni si ricordano esposizioni d'importante riferimento culturale con artisti di varie tendenze, tecniche diverse che pur nella loro singolare originalità, li accumuna l'amore per l'arte.
Museo dell'occhiale
Ad Agordo, solo su appuntamento, è possibile visitare il museo dell'occhiale della Luxottica.
Val Biois: un personaggio famoso Il Papa Giovanni Paolo I
Proveniendo da Belluno, prima di Falcade, si giunge a Canale d'Agordo, un piccolo paese famoso per aver dato i natali ad Albino Luciani, il Papa Giovanni Paolo I, il Papa del Sorriso (1912-1978; Papa dal 26/08/1978 al 28/09/1978).
A Canale, oltre alla Chiesa, è possibile visitare la mostra storica dedicata alla vita del Papa, al primo piano della canonica.
Quest'anno solenne celebrazione per il 30° anniversario della Sua elezione a Papa: a Canale d'Agordo il 26 agosto 2008 presso la chiesa arcipetrale alle ore 16.00 il Vescovo della diocesi di Belluno Feltre celebrerà il rito religioso.
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Osservatorio Astronomico
A 15 km da Falcade, nel paese di San Tomaso Agordino, il primo osservatorio astronomico della provincia di Belluno. Gli esperti vi apriranno gli occhi verso l'universo sopra di noi, calendario degli incontri nel "calendario eventi".
Cos’è un planetario
E’ un’installazione che permette di rappresentare su una volta emisferica, grazie a proiezioni luminose, gli elementi principali della sfera celeste, il moto degli astri, l’aspetto del cielo stellato in diverse epoche e alcuni fenomeni astronomici.
Quello di S. Tomaso ha una cupola di 4 metri su cui è possibile riprodurre 2400 stelle. Vengono inoltre visualizzati effetti come l’alba, il tramonto, la Via Lattea, una galassia in rotazione, l’esplosione di una supernova, il meccanismo di formazione delle eclissi.
Sotto la cupola possono trovare posto 25 persone. Per partecipare alle serate occorre prenotarsi telefonando al comune di S. Tomaso in mattinata allo 0437/ 598004 oppure passare direttamente in comune. Il costo delle lezioni è fissato per tutti in 5 euro. Al raggiungimento del tetto massimo di prenotazioni per una serata, si sarà dirottati alla successiva o alla prima dove ci sia posto (se d' accordo).
Il centro ospita anche un osservatorio con tetto scorrevole provvisto di un telescopio tipo ritchey chretien da 450mm di diametro.
Di proprietà del comune, che lo ha ideato e fortemente voluto, è gestito dall’
Associazione Astrofili Agordini “Cieli Dolomitici”.
Associazione Astrofili Agordini "Cieli Dolomitici" http://www.cielidolomitici.it/ .
c/o Centro Astronomico Provinciale "Emigranti", San Tomaso Agordino
tel. 0437 598004, 0437 598289 (Comune di S. Tomaso Ag., orario ufficio)
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Se ne possono incontrare più di 300 lungo i 20 km che da Cencenighe portano al Passo San Pellegrino, il territorio della Valle del Biois. Alcuni sono isolati, altri si mescolano alle case del paese, come a Canale, altri ancora fanno paese a sé, segnando in modo indelebile l’età del luogo. Hanno un’età che varia dai 300 ai 70 anni…. Pare che il più anziano tuttora esistente risalga al 1600…. Il più giovane, invece, è nato soltanto nel 1950…. Come si fa a saperlo? Basta girare col naso all’aria: è il trave principale, quello del “Colmo” del tetto a portare la data di nascita, incisa in caratteri eleganti: 1764 dice quello di Villotta, la frazione di Falcade dove pare esista anche la casa più vecchia della vallata, 1304. Si sa, i primi abitanti della valle scelsero il loro Posto al Sole in alto, sulle coste della montagna, al riparo dalle imprevedibili acque dei torrenti… niente male come panorama. Ma non solo quello ci dice la Trave del Colmo: spesso porta inciso anche il simbolo della famiglia a cui apparteneva, a volte numeri in carattere romani, a volte un fiore. Sempre girando naso all’aria, ne scoprirete uno dai colori vivaci proprio in centro a Falcade, nella salita che porta alla chiesa. Stanno lì, fanno bella mostra di sé e parlano come un libro aperto: anche la diversità della loro struttura ci dà un’indicazione sulla loro età. A travi orizzontali sovrapposte dalla base muraria fino al colmo del tetto i più antichi, secondo una modalità di costruzione detta “ a castello”; nella frazione di Andrich, nel comune di Vallada, uno di essi porta in alto la data 1665. A partire dall’‘800 si diffondono i Tabiài a Kolondiei: con l’evoluzione della tecnica della lavorazione del legname e il diffondersi delle segherie a forza idraulica, aumenta il valore del legname da opera sul mercato. Ed ecco che la nuova tecnica di costruzione a colonne, pur garantendo uno spazio di essiccazione del fieno sui tre lati del fabbricato, permette di risparmiare sulla quantità di legname. I primi sono ad un solo piano, i più moderni a due piani, a volte chiusi da un tavolato. In questi il passaggio dell’aria è garantito da quei fori dalle forme più strane: fiori, trifogli, cuori, … a ciascuno secondo il proprio estro. Chi li costruiva? Gli uomini della comunità si impegnavano tutti assieme, si iniziava con la ricerca degli alberi da taglio nel bosco. Non entrava ferro nei tabià, tutto era di legno, perfino il tetto con le sue “Scandole” ed i chiodi, le “S’cione da legn”. Tutti comunque hanno in comune il basamento in pietra: è il piano terra, la stalla. Nelle più grandi arrivavano a starci anche quattro vacche. E chi erano gli altri abitanti del tabià? Galli e galline, conigli, sicuramente un maiale, a volte qualche pecora…. Ognuno di loro aveva il suo posto, dentro o fuori la stalla; E poi i gatti, ma i gatti, si sa…. I gatti non hanno padroni, i gatti potevano arrivare il mattino a leccare qualche goccia di latte caduta per terra, e poi salire a loro piacimento fino alla “era del tabià”, lì dove entravano i carri per portare il fieno, oppure salire lungo la scaletta fino al piano superiore, addormentarsi pigramente al sole sul balcone, lì dove venivano stesi i bastoni per stendere il fieno non ancora completamente secco, arrampicarsi sulle travi dei kolondiei, le colonnine dei terrazzi. I “Loch dal Fen”, i luoghi del fieno, quelle stanze interne grandi da contenere gli 80 Fas (40 q.li) di fieno necessari nell’arco di un anno a ciascuna bestia, erano culla ideale per i micini appena nati…. Ma, un tabià, … che cos’è? Apparentemente il tabià è solo una costruzione; nella realtà era ciò che garantiva la vita delle comunità che abitavano il paesaggio montano; era stalla e fienile, in un certo senso anche più importante della casa…. Dal tabià dipendeva la vita: carne, latte, uova, pelli ….. Il fieno per le bestie, ed in alto il solèr per essiccare i prodotti della terra: orzo, frumento, segale. E durante le guerre i tabià venivano requisiti e dati a nuovi abitanti: nelle stalle entravano i muli, nelle “ere” si rifugiavano i soldati, tra il fieno si nascondevano i partigiani. Nei tempi di pace, i contrabbandieri che attraversavano il vicino confine con le terre di Soraga e Moena. Si dice che ai bambini fossero vietati; c’era la scusa del pericolo, in realtà erano luoghi di lavoro, non di gioco. Ma si sa , i bambini, come i gatti, vanno dove vogliono, e quale nascondiglio migliore per il gioco del Nascondino? Per non parlare poi dell’amore… Ed oggi, che succede? Tanti si sono trasformati in deposito per la legna, e certo sistemare la legna tagliata, formare giochi geometrici, suggerire linee od armonie nuove sui balconi dei Kolondiei è diventata un’arte per alcuni abitanti dei paesi della vallata che, all’avvicinarsi dell’autunno, ripetono un rito vecchio di secoli. Altri stanno rinascendo a nuova vita: nuove evoluzioni, nuove tecniche architettoniche permettono di trasformare in casa ciò che un tempo era stalla e magazzino; troverete nuovi tabià/casa dal legno scuro, quasi nero, ed altri chiari chiari e luminosi, doppie finestre ornate da gerani rossi l’estate e tendaggi dalle fini decorazioni l’inverno. Nella Ski-Area del Cuore ancora una volta uomini costruiscono e adornano. Oggi i tabià sono ancora lì, con la loro facciata fronte al sole, a guardare chi passa, e a farsi guardare da chi passa. Prendetevi la briga di fare quattro passi a piedi, di ascoltarli, di sentirne l’odore… chi lo sa, … forse potete scorgere ancora un gatto che vi guarda dall’alto, fingendo di tenere gli occhi chiusi.
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